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Dicono di noi

Progetto Riscatto / Dicono di noi

Made in carcere

Da una parte la riforma penitenziaria che risale a quarant'anni fa alla quale ha fatto seguito la legge Smuraglia, meglio...

Da PANTHEON VERONA NETWORK, dicembre/gennaio 2018 , IN PRIMO PIANO pagina 12-13

Parte dalla casa circondariale di Montorio “Progetto Riscatto”, iniziativa ideata da Mario Gastaldin, artigiano veronese, che punta a trasformare il desiderio di rivalsa di molti detenuti nella possibilità di creare artigianato di classe.

di Matteo Bellamoli

IL CORRIDOIO è lungo, un po’ stretto, e somiglia vagamente ai corridoi di tante scuole statali che tutti abbiamo conosciuto. Non fosse per il triplice sbarramento all’ingresso non si ha la percezione di essere all’interno di un carcere.

Il laboratorio di pelletteria è in fondo, vicino alla biblioteca, ed è lì che siamo diretti. Siamo in un piano quasi interrato, la luce filtra dalle finestre poste in alto sul muro di fronte alla porta di ingresso e illumina il grande tavolo di lavoro posto al centro della stanza.

Ci conduce Mario Gastaldin, artigiano veronese titolare, dal 1976, di Cordovano, bottega di pelletteria di lusso. Nel 2014 è venuto casualmente in contatto con il mondo del carcere tramite una cooperativa che, all’interno, svolgeva delle attività. «Sono stato “catturato” da questo ambiente – racconta – dopo aver fatto il commerciante per tanti anni ho percepito il desiderio di favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti con un progetto dall’alto profilo qualitativo». Nasce così “Progetto Riscatto”, in un primo momento un solo laboratorio di pelletteria e calzoleria che ben presto prende la forma di una vera e propria piccola linea di produzione per prodotti di pelletteria di lusso all’interno della casa circondariale.

ALL’INTERNO del laboratorio, oltre ad un piccolo angolo espositivo, trovano spazio tanti macchinari per la lavorazione e la finitura di oggetti in pelle come porta gioie, porta penne, borse e scarpe. Siamo nel settore maschile, e “Progetto Riscatto” si è spostato in questo spazio dal gennaio 2017, dopo un inizio nella sezione femminile.

All’interno incontriamo Mattia (nome di fantasia, ndr) che lavora qui praticamente dall’inizio. Ha frequentato il corso di calzoleria, è rimasto colpito e “Progetto Riscatto” gli ha dato l’opportunità di mettersi in gioco. Muove abilmente le mani sulle pelli, taglia, cuce, rifinisce con una precisione artigiana quasi sartoriale. «Non avevo esperienza di pelletteria fuori da qui – ci racconta – ma ho preso confidenza con questo lavoro grazie anche a Mario che viene qui ogni giorni a dare delle dritte, e oggi trascorro nel laboratorio gran parte della giornata. Quando uscirò mi piacerebbe molto che questo diventasse il mio mestiere, spero di trovare un’occasione».

Mattia è solo uno di quelli che si sono affacciati al laboratorio, e infatti mentre noi chiacchieriamo con lui, Gastaldin incontra altri tre ragazzi che vorrebbero provare a mettersi in gioco con questa esperienza. «Cerchiamo in continuazione qualcuno che voglia unirsi – spiega lo stesso Mario – se hanno delle esperienze in questo ramo dell’artigianato è preferibile, ma non è sempre così e va bene lo stesso. Cerchiamo di dare loro un’occasione di impiegare il loro tempo e magari imparare un mestiere per il futuro».

«QUANDO ho deciso di imbarcarmi in questa avventura e di fare una linea di prodotti di alta qualità “made in carcere”– prosegue – sapevo che sarebbe stato più difficile far passare il messaggio fuori rispetto a quello che facciamo dentro. Le persone ovviamente apprezzano questo progetto e ho avuto feedback molto positivi, ma non è immediato far capire che si può fare un prodotto di qualità anche in questo contesto. “Fatto in carcere” non vuol dire per forza economico e fatto male».

Gastaldin si è ispirato all’esperienza della Pasticceria Giotto di Padova, che grazie all’insegnamento di mastri pasticceri, ha permesso ai detenuti di realizzare prodotti di pasticceria di qualità che, oggi, sono venduti in tutto il mondo. Anche qui, in questo stanzino del carcere di Montorio, si respira effettivamente la voglia di fare.

«Mi piacerebbe che nel giro di qualche anno ci fossero almeno 10 persone impegnate nel laboratorio» risponde Gastaldin alla richiesta di una prospettiva futura, «così come poter trasferire dentro il ciclo completo di lavorazione, perché oggi una parte della preparazione dei materiali viene fatta fuori».

Ma il successo qui, è dettato anche da altri ritmi, non solo da quelli commerciali. «A me ha trasmesso molto di più rispetto all’essere solo commerciante – conclude Gastaldin – qui vengo tutti i giorni e, forse, ricevo più di quello che do».

Il cuoio dei carcerati cambia loro la… pelle

Trasformare strumenti concepiti per fare danni in prodotti di design utili alle persone e dare lavoro a chi vive ai...

Da VERONA FEDELE, domenica 28 Maggio 2017, pagina 4

Progetto Riscatto è la cooperativa creata nel 2014 da Mario Gastaldin, titolare del laboratorio di pelletteria di lusso Cordovano di Verona, nata con l’intenzione di creare nuove opportunità di riqualificazione sociale per i detenuti del carcere di Montorio attraverso l’acquisizione di nuove competenze professionali.

In occasione del Vinitaly 2014, Gastaldin creò un gadget da distribuire negli hotel di Verona e provincia, ma aveva bisogno di manodopera. Venne indirizzato quindi verso il carcere, dove nasce la cooperativa che inizia a produrre una serie di prodotti con il marchio “Progetto Riscatto”: borse, portadocumenti, portapenne, portachiavi e svuotatasche di pelle pregiata, lavorate a mano dai detenuti.

«Molta gente, quando viene a sapere che è prodotto da detenuti in carcere – spiega Mario Gastaldin – rimane profondamente colpito: lo percepisce come un valore aggiunto al pregio già alto del prodotto». La sensibilità e l’attenzione al sociale di Gastaldin ha trovato terreno fertile nell’ambiente carcerario: «Per un detenuto lavorare in carcere rappresenta una fuga dalla noia che in quell’ambiente può diventare paranoia – spiega –. Da quando abbiamo iniziato a lavorare con i carcerati, molti di loro mi hanno chiesto di prolungare le attività di laboratorio, perché se non sei mentalmente preparato, è difficile far passare il tempo». Eccezion fatta per le guardie carcerarie, le persone che portano il lavoro in carcere sono gli unici soggetti che un detenuto vede durante la giornata: «Sei il trait d’union  tra chi sta dentro e chi sta fuori», prosegue Gastaldin, che ammette anche che il carcere ha cambiato pure lui: «Mi era stato detto, scherzosamente, che mi sarei ammalato di “carcerite”, un modo di dire per cui se per qualche motivo una mattina non riesco ad andare in carcere, ne avrei sentito la mancanza. Sono cose che ti cambiano dentro e ti fanno riflettere, perché ridimensioni i problemi che hai fuori». La “carcerite” ha manifestato i suoi sintomi: Gastaldin si reca a Montorio tutte le mattine e qui incontra Gaio, il calzolaio, che in carcere insegna ai detenuti a riparare le scarpe. L’incontro tra i due ha dato vita a Liberto – dal nome, significativo, dello schiavo che in epoca romana veniva liberato dalla sua condizione –: si tratta di un sandalo prodotto con pellami di lusso, totalmente all’interno del carcere. Tutti i passaggi, dalla scelta dei pellami (conciati al vegetale, ovvero senza l’utilizzo di cromo che è uno degli agenti più inquinanti utilizzati in pelletteria) al taglio e alla cucitura, sono seguiti personalmente da Gastaldin a cui pochi mesi fa è stato proposto di creare anche una versione del sandalo destinata ai frati francescani, più sobria, più economica e destinata all’uso quotidiano e duraturo, con una suola in gomma.

I dipendenti della cooperativa hanno tutti un regolare contratto inquadrato nel contratto nazionale di categoria: dallo stipendio che ricevono, lo Stato trattiene una percentuale per le spese. In un periodo in cui il problema sicurezza è all’ordine del giorno, è importante notare anche che «le carceri dove sono attivi e funzionano questi esperimenti di lavoro per i detenuti, hanno un tasso di recidiva del 20%, contro il 70% delle carceri che non lo prevedono», aggiunge Gastaldin.

E nel futuro di Progetto Riscatto cosa c’è? «Cerchiamo di lavorare di più: in quanto cooperativa sociale non possiamo fare utili, ma tutti i proventi vengono riutilizzati per migliorare la produzione. Nel laboratorio del carcere, infatti, abbiamo macchinari che ci sono stati dati in comodato d’uso da persone che ci conoscono e apprezzano il nostro lavoro, ma sono macchine obsolete. Come Progetto Riscatto, lavoriamo anche su commissione: ad esempio la titolare di un bed&breakfast ci ha commissionato un centinaio di portachiavi in pelle con il logo della sua struttura che metterà in vendita nel suo locale, specificando la valenza sociale del progetto. Siamo aperti a commissioni di qualsiasi tipo, perché se avessimo più lavoro, affrontare le spese non sarebbe un problema».

Prima di salutarci, Mario Gastaldin ci confida anche un suo sogno: «Mi piacerebbe far avere a papa Francesco un paio dei nostri sandali francescani. Il nostro progetto si sposa alla perfezione con la sua attenzione per i deboli e gli emarginati della società».

verona fedele progetto riscatto

Reincarna proiettili esplosi in matite e bigiotteria

Trasformare strumenti concepiti per fare danni in prodotti di design utili alle persone e dare lavoro a chi vive ai...

Da L'ARENA, domenica 09 aprile 2017 ECONOMIA, pagina 9

Trasformare strumenti concepiti per fare danni in prodotti di design utili alle persone e dare lavoro a chi vive ai margini della società. Nasce per questo «il gentiluomo di Verona», progetto lanciato nel 2016 da Francesco Castioni, che raccoglie bossoli al poligono per realizzare matite e bigiotteria.«Nel 2011, ero a Faenza con il mercatino dell’Operazione Mato Grosso e mi sono imbattuto in un vecchio astuccio di bossoli. Tornato a casa, ho provato a mettere una matita al posto dell’ogiva, et voilà».Castioni scopre il mondo delle bullet pencil, matite proiettile, realizzate per la prima volta in Africa nella secondo metà dell’Ottocento dai soldati inglesi. «Nell’inverno 1914, durante la Grande Guerra, la principessa Maria d’Inghilterra fece inviare in dono ai soldati in trincea scatolette di tabacco, dolci e, appunto, matite proiettile. La notte di Natale ci fu una tregua e gli inglesi regalarono anche queste scatole ai tedeschi. Le bullet pencil divennero la prima arma a sospendere momentaneamente un conflitto». L’aneddoto colpì a tal punto Castioni da fargli decidere di tramutare l’hobby in lavoro. Cominciò così a realizzare a mano matite collane, bracciali e orecchini con vetri di mare incastrati in bossoli di calibro 22, usando Instagram come vetrina.Grazie ai social network, Castioni ha conosciuto Mario Gastaldin, membro del progetto Riscatto, che lo ha invitato a partecipare all’iniziativa «Porte aperte al lavoro» al carcere di Montorio.«La volontà è trasformare l’attività in una start up entro gennaio 2018 e raggiungere in cinque anni il regime ordinario come impresa sociale per assumere carcerati, ex detenuti e disabili che, come i miei bossoli, hanno diritto a una seconda possibilità».

L'Arena di Verona - Il Gentiluomo di Verona e i bossoli in collaborazione con Progetto Riscatto

Porte del carcere aperte. Le aziende offrono lavoro

Da una parte la riforma penitenziaria che risale a quarant'anni fa alla quale ha fatto seguito la legge Smuraglia, meglio...

Da L'ARENA, martedì 21 marzo 2017 CRONACA, pagina 16

Da una parte la riforma penitenziaria che risale a quarant’anni fa alla quale ha fatto seguito la legge Smuraglia, meglio conosciuta come «legge 193», che dal 2000 sostiene l’apertura al territorio e prevede varie misure per favorire il lavoro per i detenuti con la possibilità di applicare sgravi fiscali e contributivi per coloro, enti pubblici o aziende private, che li assumono. Dall’altra parte l’iniziativa organizzata dalla direzione di Montorio che segna un passo diverso rispetto a quella che anche a Verona è diventata da tempo una sorta di «regola interna», cioè il lavoro in casa di detenzione, e per questo da domani a venerdì – dalle 8 alle 15 – il carcere apre le porte alle aziende, veronesi e non, interessate a instaurare collaborazioni e sinergie con le realtà lavorative che operano in carcere. Il progetto «Porte aperte al lavoro» ha anche lo scopo di creare opportunità d’impiego e di usufruire direttamente della manodopera di detenuti. Per aderire all’iniziativa o semplicemente per avere maggiori informazioni sarà sufficiente inviare una mail a cc.verona@giustizia.it e proporre la domanda di adesione. La novità sono le «porte aperte» perché, al contrario, all’interno di Montorio sono numerose le cooperative che da anni offrono la possibilità di imparare un lavoro. Perchè se è vero che il grado di civiltà di una nazione si misura dagli atteggiamenti nei confronti di chi vive una situazione di disagio, vero è che per un detenuto l’occupazione ha la duplice funzione: risarcire il danno arrecato e non trasformarsi in un costo ma soprattutto fornire gli strumenti che gli consentiranno, a fine pena, un futuro diverso. All’inizio fu «Lavoro e Futuro», la coop che dal 2005 ha assunto 603 matricole, si occupa di terziario e oltre a tutto quanto ruota attorno all’imballaggio (cartotecniche, produttori di profumi per casa, cd e dvd, gadget), alla carpenteria leggera e falegnameria. Nel tempo ha creato l’Officinae che produce rastrelliere porta biciclette «modello Verona» che vengono esportate in tutta Italia. Una dopo l’altra sono arrivate altre realtà lavorative, dai prodotti da forno, grazie alla coop sociale Vita, ai dolci della tradizione. All’inizio il panificio era stato creato per soddisfare le esigenze interne ora, grazie anche alla collaborazione con Agec, il pane creato a Montorio con farine selezionate e lievito madre viene distribuito a tutte le scuole veronesi oltre che al bar del tribunale.Dal cibo al vestiario, in tal senso «progetto Quid» forma, specializza e dà lavoro tessile alle detenute e attualmente la coop collabora con molte aziende esterne. L’idea di Mario Gastaldin si chiama invece «Riscatto» e si traduce nella creazione di piccola pelletteria utilizzando pellami di qualità. Da oltre un anno con lui collabora Gaio il calzolaio e insieme stanno realizzando sandali in cuoio che con tutta probabilità a breve saranno calzati dai frati francescani. Il progetto «Reverse» invece realizza arredi con materiali di scarto e in un’ottica di «pubblicità» il patronato Acli ha creato una scheda raccolta dati e adottato un database per i detenuti, utilizzato dal carcere, per consentire alle imprese di individuare le richieste e far sì che l’offerta possa incontrare la domanda.E lo stesso ha fatto il Provveditorato del Triveneto. Da domani a venerdì la forza lavoro si incontra. In carcere.

L'Arena di Verona - Porte aperte del carcere per le aziende che offrono lavoro

La produzione artigianale in un progetto di reinserimento

Liberto, nell'antica Roma, era lo schiavo affrancato. «Liberto» è il nome scelto per un particolare modello di sandali. Particolare perché...

Da L'ARENA, sabato 29 ottobre 2016, pagina 16

Liberto, nell’antica Roma, era lo schiavo affrancato. «Liberto» è il nome scelto per un particolare modello di sandali. Particolare perché viene prodotto dai detenuti del carcere di Montorio. La struttura penitenziaria, in cui 460 tra uomini e donne scontano una pena, si è più volte distinta per le iniziative educative e professionali. Ogni progetto, spiega la direttrice Mariagrazia Bregoli, «serve a far sentire le persone responsabili, autonome, e ad aumentare la loro autostima in vista del reinserimento sociale».

Design unisex sobrio ma al contempo elegante: una suola bassa di cuoio e una tomaia formata da due strisce di pelle colorata. Ecco «Liberto». L’idea è dell’imprenditore Mario Gastaldin, titolare del laboratorio di pelletteria Cordovano e fondatore della cooperativa sociale Riscatto, e dell’artigiano Michele Massaro del negozio «Gaio il calzolaio» di Borgo Venezia, aiutati dal modellista Guglielmo Battistoni e dall’esperto di marketing e comunicazione Davide Aleo.

Nei laboratori del carcere è appena cominciata la produzione dei sandali, rigorosamente a mano. Nell’ala maschile si esegue il taglio del materiale; nella femminile la colorazione e la cucitura. Per il momento vi lavorano una ventina di detenuti in tutto. Le calzature sono poi messe in vendita nel negozio di Gastaldin ma il canale principale diverrà presto il sito creato ad hoc. E gli introiti serviranno a far proseguire l’iniziativa.Come si è iniziato? La cooperativa Riscatto, con il contributo dell’Amia, nel 2014 aveva avviato nel settore maschile della casa circondariale un corso di riparazione delle scarpe. Gastaldin aggiunge: «La necessità, in seguito, era inventarsi qualcosa per dare continuità all’esperienza. Abbiamo pensato, quindi, a un prodotto di base come il sandalo con caratteristiche di qualità per scelta dei materiali e finiture. Chi calzerà “Liberto” porterà in giro con sé la maestria dell’artigianato made in Italy unito alla volontà di riscatto sociale dei reclusi».

I materiali utilizzati per la suola, il sottopiede, le tomaie e la fodera sono esclusivamente di cuoio e pelli di elevata qualità, con la certificazione di provenienza da concerie del consorzio «Vera pelle italiana conciata al vegetale in Toscana» che garantisce, con un severo disciplinare, materiali preparati con tannini naturali, senza cromo e altre sostanze nocive.L’assessore al Sociale, Anna Leso, «benedice» il progetto: «È interesse di tutti che il periodo di detenzione serva a preparare le persone a un ritorno in società sereno e non traumatico, con competenze professionali da sfruttare».

L'Arena di Verona - Il sandalo Liberto creato dai detenuti del carcere di Verona con Progetto Riscatto

Detenute pronte al Riscatto

Il lavoro come strumento di riscatto, di riscoperta della propria capacità di essere autonomi ed utili, ed insieme come occasione...

Da L'ARENA, lunedì 27 aprile 2015 CRONACA, pagina 15
articolo di Alessandra Galetto

Il lavoro come strumento di riscatto, di riscoperta della propria capacità di essere autonomi ed utili, ed insieme come occasione per acquisire competenze, spendibili dopo la fine della detenzione. Parte da questi obiettivi uno dei progetti di lavoro per le detenute del carcere di Montorio, cui sta lavorando la cooperativa Riscatto. Si tratta di un laboratorio di pelletteria, per la produzione di oggetti curati, all’insegna di quel made in Italy che, unico, per la maestria della lavorazione e la cura artigianale, può fare concorrenza a produzioni industriali a basso costo.

L’idea nasce dall’incontro di un imprenditore affermato, Mario Gastaldin, noto come Cordovano, con il mondo del carcere. Cordovano per i veronesi è un nome noto: forte della sua dalla passione per il commercio della pelletteria di lusso, diventa dal ’76 punto di riferimento per clienti raffinati. In vicoletto Scala 7 Cordovano decide di aprire il suo laboratorio, per dedicarsi esclusivamente alla produzione di pelletteria di lusso su misura.

«Dovevo fare dei gadget per Vinitaly e cercavo una cooperativa per contenere la spesa. Un amico mi ha consigliato di rivolgermi al carcere. Detto, fatto», spiega Gastaldin. «Nel reparto femminile di Montorio ho trovato una grande voglia di fare e di partecipare da parte di molte detenute; mi hanno colpito moltissimo. Diciamo che mi ha preso quella che chiamano “carcerite”: l’emozione di vedere persone alla ricerca di un’occasione, per le quali il lavoro era un miraggio, mi ha fatto sentire che dovevo fare qualcosa. Ho visto tra l’altro che alcune detenute erano informate di pelletteria, e ho deciso d’istinto: facciamo un laboratorio di pelletteria in carcere, puntando sul made in Italy, il lavoro di qualità. Che richiede dedizione e tempo. E i detenuti, di tempo, ne hanno molto. Ho visto che hanno anche la voglia di imparare, cioè la dedizione. E ho trovato ascolto e consenso nella direttrice, la dottoressa Maria Grazia Bregoli, che ha messo a disposizione un laboratorio di 60 metri quadri nella sezione femminile. E così è nata la cooperativa Riscatto, che ho fondato con due detenute. Molti mi hanno aiutato: il notaio Buoninconti ad esempio ha rinunciato al suo onorario per l’atto di costituzione della cooperativa. Un altro contributo importante è arrivato dal Banco Popolare».

Si tratta di Michele Massaro, meglio noto come «Gaio il Calzolaio», che ha il suo negozio in via Spolverini 10. Massaro, colpito dai progetti di lavoro in carcere, entrerà a far parte di Riscatto con un corso in cui insegnerà i segreti per essere buon calzolaio. «Credo che in tre mesi le detenute possano imparare molte tecniche, e che sia una buona occasione».

Cosa manca? Le ordinazioni. Gli ingredienti per il successo ci sono tutti. Riscatto ha già creato anche una sua linea (vedi su Facebook «Progetto Riscatto»), e a breve è attesa l’apertura in pieno centro, non lontano dal negozio di Cordovano, di una vetrina che esporrà i prodotti del brand, realizzata grazie al sostegno della Popolare. Non è detto che questo spazio non possa diventare anche il luogo in cui i veronesi consegneranno le loro scarpe per riaverle, sistemate a dovere nei laboratori del carcere, dopo 24 ore. «Adesso noi ci rivolgiamo a tutti quei soggetti, come enti e aziende pubbliche, imprenditori e aziende private, società calcistiche che spesso hanno bisogno di ordinare gadget, anche pubblicitari, per diverse occasioni», spiega Gastaldin. «Non chiediamo contributi in denaro, ma l’occasione di farci lavorare. Siamo pronti a realizzare campioni e preventivi, sicuri che saranno convincenti».

Anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, quando è venuto a Verona circa un mese fa per un convegno proprio sul mondo del carcere, ha ricevuto in omaggio una cartellina personalizzata realizzata da Riscatti.

L'Arena di Verona - Laboratorio di pelletteria Progetto Riscatto

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